Le luci di settembre a Barcelona

Assieme a Londra e Napoli, ognuna per motivi certamente differenti, Barcelona è stata la città che mi ha strappato il più difficile degli addii, o anche solo degli arrivederci. Leaving New York, never easy, suggeriscono i REM: niente da eccepire, giuro che me lo canticchiavo in testa alla ripartenza dal JFK, ma il mio podio spetta a queste tre.

Se Madrid, non credendola così splendida, mi aveva colto alla sprovvista, la sua acerrima rivale ha saputo ipnotizzarmi. Mi ha rapito e chiesto il riscatto. Ebbene, non ho voluto pagarglielo. Siamo sicuri che la Sindrome di Stoccolma non sia un sortilegio catalano, in realtà?

Sono stato a Barcelona agli sgoccioli di settembre, e sospetto, vuoi il caso vuoi la fortuna, di aver scelto il periodo perfetto per visitarla. Clima soleggiato ma fresco, come sa fare solo il Mediterraneo un passo dopo l’estate. Il primo consiglio, quindi, è sul quando andare.

Quanto stare? Non meno di cinque giornate (ah, il Risorgimento!). Un alberghetto tra Ramblas, Barrio Gotico e Raval costituirebbe l’accampamento migliore, oltre che biglietto da visita niente male della città vecchia, adombrata da un velo di misticismo che fa richiamo alla sua tradizione esoterica e magica.

Il come visitare Barcelona – a raddoppiare la L non riesco proprio, chiedo venia – è piuttosto semplice. Vagando senza sosta e, nei ritagli di tempo, pure senza meta. Compatibilmente, è naturale, con la sfilza di voci della sezione del cosa. Le attrazioni sono infinite. La Sagrada Familia è un azzardo di fede e architettura, un fiume in pietra. Il viaggio in teleferica al Montjuic sembra una proiezione di cartoline, sospesi a 100 metri da terra, porto e mare. Parc Guell è, in poche parole, una delle cose più belle che abbia mai visto. Ma non solo: ci si passa attraverso, ci si entra dentro. Se non è stato Sommo Artista Gaudì, stracciamo ogni manuale di Estetica e ricominciamo da zero. Tutto quanto di suo riuscite a guardare, visitare, sfiorare, varrà ogni pena.
Il resto è una splendida sinfonia melanconica. Dall’immenso teatro del Camp Nou, sede di quello che qui è més que un Club, alle prelibatezze del mercato della Boqueria; dal Museu Picasso alla cittadella olimpica messa in piedi per i Giochi del ’92, fino ad incontrare Cristoforo Colombo, neanche a dirlo a due passi dal mare, che indica la via per il Nuevo Mundo.

In ultimo, ma con altrettanta attenzione, l’enogastronomia. Per un’esperienza trascendente con i migliori montaditos del pianeta, bussare da Quimet & Quimet, mentre è una sorta di vincolo contrattuale una sosta da El Quatre Gats, anima della Barcelona che è stata e che molti credono non esista più. L’ordinazione è presto fatta: un bicchiere di vermut, il liquore torinese che, da una città magica all’altra, è qui considerato l’aperitivo per eccellenza.
Per una paella rivisitata in chiave catalana o una sempre provvidenziale grigliata di pesce, la parola d’ordine è Barceloneta. Dulcis in fundo, passate le bottegucce e le chiese del Born, troverete Gocce di latte, gelateria aperta da una ragazza triestina che, con i suoi accostamenti arditi, si è presa lo scettro di miglior gelato della città.

La Catalunya è anche terra di vini. Ennesimo vantaggio di una gita settembrina è la Mostra trentennale delle sue eccellenze vinicole. Nel biglietto è ovviamente compresa la degustazione, per chi mi avete preso?

Consiglio per gli acquisti. Se ancora vi manca in libreria, fate come me: prendete L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn – i più attenti avranno colto anche la citazione nel titolo dell’articolo – e cominciate a leggerlo prima, continuatelo durante, e terminatelo dopo il viaggio a Barcelona. Ammetto: io sono di parte, quando si parla di libri mi faccio suggestionare con una facilità persino irrisoria, ma l’alchimia tra le pagine del romanzo e i luoghi che vi troverete attorno non può non restituirvi la sensazione di fascinazione torbida e misteriosa, di piccolo brivido, su cui poggiano le meravigliose trame dell’autore catalano, al pari del palcoscenico che le ospita. Salite al numero 32 dell’Avinguda del Tibidabo, mi saprete dire.

[Ringrazio Alessia Di Palma e Francesco Bonifacio per la collaborazione]

Matteo.