Il fascino discreto della torinesità

Nascosta in mezzo alle pendici delle Alpi, assuefatta dalle sue mosse eleganti, dai suoi modi tanto signorili, dalle sue contraddizioni, se ne sta Torino, prima capitale italiana e patria di una dinastia che ha provato a fare l’Italia senza riuscirci del tutto, costretta a mollare l’osso a giochi ampiamente terminati, e pure di un’altra, che invece l’Italia se l’è trovata bell’e pronta e ci ha messo sotto quattro ruote. Avanti Savoia, ché tra lupi e Agnelli la vecchia dama piemontese sa sempre dire la sua, calamitando visitatori, turisti e amatori tra le sue vie a scacchiera tanto semplici da mandare a memoria, quanto inconsuete nella toponomastica – solo a Torino c’è una targa per ogni gran signora o gentiluomo sabaudo, soltanto qui hanno intitolato piazze e piazzali a fantomatici “benefattori”, in altre parti d’Italia sottomessi al peso di più influenti e recenti protagonisti della storia nostrana. In ogni caso, è la raggiungibilità uno dei punti di forza, forse il maggiore, delle strade del centro: non c’è anfratto cui non si possa arrivare con una passeggiata a piedi di mezz’oretta al massimo. Il tutto al riparo dalla non infrequente pioggerellina, grazie ai celeberrimi portici. Gambe in spalla, allora!

Torino da monte capuccini
Torino vista da Monte Capuccini

Torino è un gioiello da scoprire passo a passo: inizialmente può persino mettere in soggezione e a disagio, straniare, confondere. È parte della sua follia alchemica, dei suoi misteri nebbiosi. Siamo in una delle città della Magia Bianca e pure Nera, uno dei centri europei dell’esoterismo, con Lione, Praga e Londra. Una volta svelato l’arcano, però, Torino si sa concedere in tutta la sua grazia eccentrica e insolita, prestandosi all’occhio attento del visitatore che sa apprezzarne singolarità, facezie e meraviglie.

Il mio rapporto con Torino è stato così: dapprima complesso, poi benevolo, a tratti persino dipendente. Negli ultimi due anni ci sono stato di frequente, per questioni di cuore, e ad oggi posso dire di aver vissuto la città in lungo e in largo, a destra e a manca, in ozio e operosità: dal Valentino, insomma, fino al Campus Einaudi, ideali colonne d’Ercole del centro e simboli del passeggio disimpegnato nel verde e delle nuove aule della locale Università degli Studi.

Cosa vedere

Al solito, i miti consigli sui luoghi da visitare. Cominciamo con le “alture”. Il Monte dei Cappuccini, che domina la riva più verdeggiante e collinare del Po (altro Signore delle terre taurine), regala la consueta vista sopraelevata e mozzafiato, che in ogni viaggio non può certo mancare. Meta ideale per un primo bacio, si pone in cima a una salita piuttosto ardua da affrontare a piedi, ma che vale comunque la pena sostenere. Altra chicca in vetta è la collina di Superga, nota per la Basilica e per l’altare in memoria del Grande Torino. L’ascesa va fatta in automobile o con i mezzi pubblici, stavolta, perché la terrazza che domina la città è piazzata fuori mano e decisamente in alto!

Piazza Vittorio Veneto è uno degli slarghi più belli d’Europa, a mio dire, con quello spirito continentale persino eccessivo, per il Belpaese. Enorme, geometrica, sontuosa, domina il passeggio, più unico che raro, dei Murazzi, le sponde del grande fiume che passano per il cuore del capoluogo di quel massiccio grandioso che è il Piemonte.

Torino, città di…

Torino, come già si è potuto intuire, è tutta un enorme salotto borghese, è tutta una piazza: San Carlo, Carlo Alberto, Carignano, Solferino, tanto per dirne alcune. Più alternativa è la scelta di Piazzale Valdo Fusi, andate a scoprirne il motivo. La Mole è un azzardo stupendo, summa di ogni esagerazione Antonelliana: non esiste edificio più alto, ancora oggi, in tutto il Comune. Il Museo del Cinema è un trionfo di interattività, una grande esposizione costruita secondo i dettami della più raffinata e moderna Comunicazione museale. Del Museo Egizio non serve dire molto: ce ne ricordiamo per le gite delle elementari, ma una rinfrescata a quel ben di dio (a quel ben di Anubi, a dir le cose come stanno) non può che far bene.

Piazza san carlo
Piazza San Carlo

Torino è terra di contrasti. Dove altro si potrebbe trovare, a qualche decina di metri di distanza, il plesso di Palazzo Reale, con i suoi giardini, la sua esclusività e il mirabile fascino da ancien régime, e il sacro casino del mercato di Porta Palazzo e del Balon, storico mercato delle pulci?

Torino è città alternativa, complessa, a tratti stranissima. La risposta italiana a Berlino. Incontrerete personaggi di ogni sorta, ascolterete musica che, dalle nostre parti, si produce solo qui. A tal proposito, un paio di eventi da segnare sul calendario, immancabili happening dell’elettronica: il Movement Music Festival ad Halloween e il Kappa FuturFestival in estate.

Tanto per restare in tema, le dolenti note. Si ipotizza che la storica sudditanza delle varie amministrazioni comunali nei confronti della famiglia regnante – quella ufficiosa – abbia rallentato, nei decenni, i lavori di costruzione della metropolitana, naturalmente osteggiati dalla preferenza accordata al trasporto automobilistico e pneumatico, dunque ai mezzi di superficie. La metro è arrivata, di fatto, solo con le Olimpiadi invernali del 2006, ma la linea (singola, è chiaro) conta non molte fermate e neppure così comode al centro più centro della città. Meglio non farci grande affidamento.



Torino è anche città di lettere, nei secoli dei secoli. Qualche titolo? La donna della domenica, su tutti. Fruttero & Lucentini sono stati fenomenali cantori degli anni ’70 nostrani, oltre che principi del giallo all’italiana, di cui Torino è stata e continua ad essere una delle capitali. I libri di Giuseppe Culicchia sono un must per chi volesse approcciarsi alla cultura libraria della Torino contemporanea, città peraltro zeppa, caso quasi introvabile, di librerie indipendenti e circoli dei lettori (tra cui brilla l’esempio di Via Bogino, altra visita più che consigliata). Ultimo sforzo del Culicchia è Ba-da-bum! Ma la mole no, folle impresa in prosa e rima a racconto della costruzione del simbolo dello skyline torinese. Di Torino è pure Alessandro Baricco, che la sua città ha rifuggito a livello di trame e ambientazioni, ma vi ha fatto ritorno per fondare la Scuola Holden di Storytelling e Arti performative, autentica bomboniera per i giovani che abbiano il pallino della narrazione e parecchio tempo e denari da spendere.

Piazza Carignano di Alain Elkann (cognome non esattamente estraneo alle dinastie regnanti della Fabbrica) narra degli intrecci di corte, che di corte non sono, che si rincorrono per le strade lastricate del centro storico, tra passato e presente. Per una lettura di saggistica, e per scoprire i percorsi più brumosi celati ai visitatori della prima ora, ci si procuri la Guida alla Torino incredibile, magica e misteriosa. Anche la Guida pocket della Lonely Planet è particolarmente succosa, forse perché la EDT, che si occupa di editare i mitici diari di viaggio americani in Italia, fa base proprio qui.

Dove mangiare

Torino è cibo, è eccellenza enogastronomica. A Torino e Provincia è sorto il miracolo del primo punto vendita di Eataly; a Torino si è teorizzata la pratica del caffè espresso; a Torino si mangia favolosamente e si beve pure meglio. Il Ristorante del Cambio (una delle quattro Stelle Michelin cittadine – otto nella Provincia) è un’istituzione: non è un caso che Cavour, noto buongustaio, ne sia stato uno dei più assidui frequentatori. I tuffi nel passato si fanno pagare, si sa, ma regalano pure esperienze gustative e di accoglienza degne dei gentlemen dei tempi che furono. Stesso discorso valga per Baratti & Milano, uno dei più celebri caffè storici della città, tra i quali va annoverato pure Fiorio e quello del Bicerin, che nel 1763 ha miscelato la ricetta e ad oggi continua a servire la tipica bevanda delle più sofisticate merende invernali torinesi.

Oltre ai caffè, le gelaterie. A Torino se ne trovano di straordinarie. Le catene fanno girare il mondo e non vanno quindi demonizzate: ben vengano sia Alberto Marchetti e Grom, chiaramente sorte da queste parti. Per il resto, tutta l’artigianalità possibile è a vostra disposizione, e comunque si peschi, si pesca bene. Un nome su tutti, a pochi metri dalla Biblioteca Nazionale: + di un Gelato.

master sandwich torino
Master Sandwich

Il M*Bun è il prodotto del connubio tra slow e fast food, sempre rigorosamente alla piemontese, pure nei nomi delle ricette. Master Sandwich è la casa del panino con la salsiccia di Bra, ovviamente servita cruda e perfetta per un break durante le scarpinate in centro. A Torino, per cambiare genere, c’è persino il miglior sushi All You Can Eat che abbia mai provato: Origami (in piazza Vittorio, per dirla come i locali).

 

Buon viaggio.

 

Matteo Faccio

(ringrazio Alessia Di Palma, la questione di cuore di cui sopra, per la collaborazione, e per molto altro ancora)

Le luci di settembre a Barcelona

Assieme a Londra e Napoli, ognuna per motivi certamente differenti, Barcelona è stata la città che mi ha strappato il più difficile degli addii, o anche solo degli arrivederci. Leaving New York, never easy, suggeriscono i REM: niente da eccepire, giuro che me lo canticchiavo in testa alla ripartenza dal JFK, ma il mio podio spetta a queste tre.

Se Madrid, non credendola così splendida, mi aveva colto alla sprovvista, la sua acerrima rivale ha saputo ipnotizzarmi. Mi ha rapito e chiesto il riscatto. Ebbene, non ho voluto pagarglielo. Siamo sicuri che la Sindrome di Stoccolma non sia un sortilegio catalano, in realtà?

Sono stato a Barcelona agli sgoccioli di settembre, e sospetto, vuoi il caso vuoi la fortuna, di aver scelto il periodo perfetto per visitarla. Clima soleggiato ma fresco, come sa fare solo il Mediterraneo un passo dopo l’estate. Il primo consiglio, quindi, è sul quando andare.

Quanto stare? Non meno di cinque giornate (ah, il Risorgimento!). Un alberghetto tra Ramblas, Barrio Gotico e Raval costituirebbe l’accampamento migliore, oltre che biglietto da visita niente male della città vecchia, adombrata da un velo di misticismo che fa richiamo alla sua tradizione esoterica e magica.

Il come visitare Barcelona – a raddoppiare la L non riesco proprio, chiedo venia – è piuttosto semplice. Vagando senza sosta e, nei ritagli di tempo, pure senza meta. Compatibilmente, è naturale, con la sfilza di voci della sezione del cosa. Le attrazioni sono infinite. La Sagrada Familia è un azzardo di fede e architettura, un fiume in pietra. Il viaggio in teleferica al Montjuic sembra una proiezione di cartoline, sospesi a 100 metri da terra, porto e mare. Parc Guell è, in poche parole, una delle cose più belle che abbia mai visto. Ma non solo: ci si passa attraverso, ci si entra dentro. Se non è stato Sommo Artista Gaudì, stracciamo ogni manuale di Estetica e ricominciamo da zero. Tutto quanto di suo riuscite a guardare, visitare, sfiorare, varrà ogni pena.
Il resto è una splendida sinfonia melanconica. Dall’immenso teatro del Camp Nou, sede di quello che qui è més que un Club, alle prelibatezze del mercato della Boqueria; dal Museu Picasso alla cittadella olimpica messa in piedi per i Giochi del ’92, fino ad incontrare Cristoforo Colombo, neanche a dirlo a due passi dal mare, che indica la via per il Nuevo Mundo.

In ultimo, ma con altrettanta attenzione, l’enogastronomia. Per un’esperienza trascendente con i migliori montaditos del pianeta, bussare da Quimet & Quimet, mentre è una sorta di vincolo contrattuale una sosta da El Quatre Gats, anima della Barcelona che è stata e che molti credono non esista più. L’ordinazione è presto fatta: un bicchiere di vermut, il liquore torinese che, da una città magica all’altra, è qui considerato l’aperitivo per eccellenza.
Per una paella rivisitata in chiave catalana o una sempre provvidenziale grigliata di pesce, la parola d’ordine è Barceloneta. Dulcis in fundo, passate le bottegucce e le chiese del Born, troverete Gocce di latte, gelateria aperta da una ragazza triestina che, con i suoi accostamenti arditi, si è presa lo scettro di miglior gelato della città.

La Catalunya è anche terra di vini. Ennesimo vantaggio di una gita settembrina è la Mostra trentennale delle sue eccellenze vinicole. Nel biglietto è ovviamente compresa la degustazione, per chi mi avete preso?

Consiglio per gli acquisti. Se ancora vi manca in libreria, fate come me: prendete L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn – i più attenti avranno colto anche la citazione nel titolo dell’articolo – e cominciate a leggerlo prima, continuatelo durante, e terminatelo dopo il viaggio a Barcelona. Ammetto: io sono di parte, quando si parla di libri mi faccio suggestionare con una facilità persino irrisoria, ma l’alchimia tra le pagine del romanzo e i luoghi che vi troverete attorno non può non restituirvi la sensazione di fascinazione torbida e misteriosa, di piccolo brivido, su cui poggiano le meravigliose trame dell’autore catalano, al pari del palcoscenico che le ospita. Salite al numero 32 dell’Avinguda del Tibidabo, mi saprete dire.

[Ringrazio Alessia Di Palma e Francesco Bonifacio per la collaborazione]

Matteo.